|| lunedì, 31 agosto 2009 ||
#15] Bandiera a scacchi.
Mentre ascolto i Carolina Liar e mi mangio un pezzo di torta Marble Fudge ricoperta di Caramel Frosting, penso che tutto sommato se Rihi, la BesHtia, il babbo, i nonni e il gatto mi raggiungessero qui, potrei anche provare a rimanere da illegale. Internet funziona, Walgreen's per me (e per Kelly, la sorella di Meghan che è stata il vero motivo per cui ho iniziato con la sindrome WillyWonka da bagno,ndr) è come mettere un Crackhead in una Crackhouse [cit.] per quanto riguarda i prodotti da bagno, l'iPhone 3g te lo tirano dietro, i giubbotti assolutamente obbligatori di H&M come quello che mi sono accaparrata oggi costano sessanta dollari anziche ottanta euro e soprattutto, c'è spazio per il cervello.
C'è spazio. Ti senti bene mentre nessuno ti guarda male perché stai leggendo il "Gay City" per la curiosità di un quotidiano mai sfogliato prima, mentre attraversi il cuore pulsante di Times Square e stai per scendere le scalette che portano al submondo lezzo e vivo della metropolitana, ti senti schifosamente bene mentre aspetti quarantacinque minuti seduta appoggiata alla fontana di Washington Square, non realizzando che è QUELLO l'arco che si vede in "Friends", ti senti bene mentre schiacci un pisolino sul prato davanti alla postazione turistica delle Niagara Falls e ti puoi permettere di dormire con accanto la borsa, e soprattutto abbracciata alla 400D per il solo gusto di farlo perché tanto in Canada non ti deruba nessuno. Al massimo quando ti svegli hai accanto un gabbiano e le lenti degli occhiali da sole bagnate dal mist delle cascate. Ti senti bene quando le parrucchiere venezuelane importate sforbiciano di gusto intorno al tuo cervello e ti alleggeriscono per quella mezzoretta il peso dei pensieri. Ti senti bene sulla Green Line che porta a Chidowntown e sulla quale chiacchieri con gli sconosciuti come niente fosse.
Ti senti bene ad offrire un dollaro, un miserrimo dollaro, ad una sudamericana che di notte alla fermata di Port Authority tiene sulle ginocchia il cartello "Help me get out prostitution" e ti senti altrettanto bene a fermarti ad intrattenere due chiacchiere con la vecchina disegnatrice sosia di John Lennon. Non ti senti fuori posto nello scorrere lento e sempre uguale eppure tremendamente vivo di miriadi di esistenze sconosciute che si sfiorano e non si toccano, lungo la fifth Avenue, e ti senti a casa a fare quei cinque piani di scale che portano sopra al ristorante "Panna II" in quel monolocale raffazzonato dove Blake e soprattutto Pia fanno gli onori di casa, non ti senti a disagio a lasciarti cadere stanca morta sul divano più scomodo del mondo dopo aver visto e sentito e toccato e assaggiato e annusato una quantità indegna di vita in una giornata troppo lunga nella città che non dorme mai. Tutto sommato pensi che è un mondo al quale potresti appartenere, che forse è meno straniero di quanto lo sia quella che il passaporto dice essere casa tua. Il sorriso di un vecchietto che si fa fotografare senza sputarti in viso come accadrebbe senza mezzi termini in Italia, per quella stramaledetta e angusta mancanza di spazio fisico e mentale che ci contraddistingue, da queste parti scalda il cuore più di quanto si possa credere. E tutto sommato pensi che ci stai bene, nella Windy City sul Lake Michigan col cappuccio tirato su lungo State Street, camminando tre miglia di notte giù per Harlem Road per rincasare dove cinque anni prima rincasavi da diciottenne ignorante nei confronti di quello che adesso è il tuo mondo.
Pensi che anche se non somigli più assolutamente a quella biondina dai lineamenti ordinari e dallo sguardo fermo, che anche se adesso la bocca è spesso contratta in un'espressione indurita dagli avvenimenti, che anche se i capelli si sono scuriti come l'umore e gli occhi troppo spesso puntano in basso, beh... Pensi che Adesso hai il cuore abbastanza aperto per perderti nelle vite degli altri, per non perderti nessun dettaglio, come il palloncino che è sfuggito di mano ieri alla bimba su Ohio Street e probabilmente solo tu nello stramaledetto mondo ti sei presa un momento per goderti quella scena. Non era così a suo tempo, quando sembrava essere tutto sicuro e già scritto. Niente è già scritto, tutto si sgretola, ma per dare vita a qualcosa di totalmente inatteso e nuovo. Come lo scoprire la capacità di agganciare alla gola i sentimenti degli sconosciuti in un battito d'otturatore e portarseli a casa. E imparare da questi.
Perché questo è stato. Tredici giorni senza tempo di respirare, troppi chilometri per una tabella di marcia fatta da un essere umano ponderato. Anzi più d'uno. Metà Stati Uniti d'America in linea d'aria. Dall'Hudson River al Lago Michigan, passando per il lato rumoroso, rossobianco e ricco di foglie d'acero del Cappello d'America con le sue cascate.
Tredici giorni, poco più di duecentocinquanta ore per percorrere linee d'aria, d'acqua e di terra, strade ferrate, suole di scarpe e sguardi scambiati, e caffè bevuti e tratte notturne assolutamente poco ortodosse per la loro scomodità. Pasti inusitati ad orari strani, conoscenze, mani strette, permettere a persone che probabilmente non rivedrai mai di capire per un attimo chi sei, il sorriso del barista che mi informa sul treno per Chicago che il breakfast basket l'ha finito da due ore e mi rifila dei frosties estremamente tossici e due cartoccini di latte, le sfuriate, le corse lungo la fifth avenue in direzione Central Park con stop & go in chiesa per vedere se c'è la wireless. Sotto una pioggia battente con tanto di tuoni e fulmini alle spalle del Rockfeller Center.
Cercare con gli occhi il fantasma di Frida (Kahlo) nelle strade che ha condiviso con Diego (Rivera) perché ti senti esattamente come lei, fissarla mentre nell'autoritratto con capelli corti ti guarda beffarda da una tela appesa dal muro del MoMa, e andare il giorno dopo a perdere centimetri di capelli a tua volta. I bambini che fissano stupiti ogni cosa, e la capacità di far sorridere gli sconosciuti prima o dopo avergli puntato un obiettivo in faccia. Questo io voglio, sempre. Scenari surreali che si portino via a morsi la disillusione che nutro da troppo tempo nei confronti di tutto. Continuare a vedere il mondo da dentro, con i nervi scoperti e le vene che pulsano. Il resto è turismo fatto male.
E prima di risalire su un aereo che da Varsavia mi riporterà a Roma e che al momento NON voglio assolutamente prendere, vi prego di ricordarvi:
I went to the woods because I wished to live deliberately, to front only the essential facts of life, and see if I could not learn what it had to teach, and not, when I came to die, discover that I had not lived. I did not wish to live what was not life, living is so dear; nor did I wish to practise resignation, unless it was quite necessary. I wanted to live deep and suck out all the marrow of life, to live so sturdily and Spartan- like as to put to rout all that was not life, to cut a broad swath and shave close, to drive life into a corner, and reduce it to its lowest terms, and, if it proved to be mean, why then to get the whole and genuine meanness of it, and publish its meanness to the world; or if it were sublime, to know it by experience, and be able to give a true account of it in my next excursion.
H.D. Thoreau c'aveva una quantità indegna di ragione.
[Non preoccupatevi, il mio sentimentalismo dell'ultim'ora non mi esenta dal compito di documentare l'awkwardness che ho intorno. :)]
Metti un pranzo domenicale a Chitown da "Panda Express"..


...E della Geniale e Dissacrante ironia statunitense.

Una catwalk involontaria.

E dei mezzi di locomozione astrusi.



...E della Geniale e Dissacrante ironia statunitense.

Una catwalk involontaria.

E dei mezzi di locomozione astrusi.

Metti un'espressione alla Eastwood. E un cappello da nondimeno.

O una dichiarazione d'amore da far sciogliere il cuore..

..Perché non della chincaglieria del Latino Festival "Viva Chicago"?

O una diva indiscussa...











O L'Amore per la musica espresso in due battiti di ciglia serrati.


Insomma, qualsiasi lato sia anche un po' vostro,
Questa è la Mia America.
Ed è stato un immenso piacere condividerla con Voi.
| ninetwofivetwo is Like Kerouac: on t.he Roa.d. @ 08:07 |
|blablabla| commenti (7) |
||| _____________________________________ S.tay Tu.Ne.d
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